
Ogni anno il 21 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale dell’Alzheimer, istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s disease international (ADI): nel corso di tutto il mese vengono proposte iniziative per far conoscere e diffondere maggiori informazioni sulla malattia. Fin dalla sua apertura, Fondazione Luigi Rovati ha posto al centro delle sue attività e iniziative i valori dell’inclusione sociale. È in questo quadro che si colloca Museo Gentile, sintesi di una serie di progetti appositamente studiati per accogliere persone con fragilità e necessità particolari, in autonomia o insieme ai famigliari, amici e caregiver, attraverso percorsi diversificati di fruizione del Museo e delle sue opere d’arte.
All’interno di questo sistema più ampio, in occasione del mese dell’Alzheimer, Fondazione Luigi Rovati, in collaborazione con La Meridiana ha inaugurato la mostra di Maurizio Galimberti Fotografia imperfetta dentro il fragile vivere, presentando il progetto Stare bene insieme, percorso di visita alle collezioni museali rivolto alle persone con patologie neurodegenerative.
Per la mostra Maurizio Galimberti ha lavorato con due differenti tecniche. Per la prima, parte da scatti realizzati con una Leica Q3, una macchina mirrorless, e successivamente utilizza una Polaroid Giant Camera 50×60: questa modalità ha permesso di trasferire la Polaroid su carta da disegno a umido, appositamente preparata per trattenere la matrice fotografica. Per la seconda tecnica, utilizza la fotocamera Polaroid I-2: quattro ritratti sono stati realizzati anche con una lente addizionale appoggiata sulla fotografia stampata dal ritratto originale.
«Questo titolo particolare nasce dal mio desiderio di sottolineare la fragilità delle persone attraverso lo strumento della macchina fotografica» afferma Maurizio Galimberti. «Il fotografo che si pone davanti a loro è un po’ come se fosse in apnea perché quando hai davanti a te persone fragili è sempre complicato; soprattutto occorre rifuggere dalla tentazione di mettere il mostro in prima pagina sforzandosi, invece, di dar luce alla forza dell’uomo. Io quindi ho cercato con un tempo oserei dire religioso, veloce, con lo spirito della zanzara pungente di Henri Cartier-Bresson di incontrare queste donne e uomini nella loro essenza. Viene spontaneo ragionare sul fatto che l’uso della fotografia per ritrarre soggetti destinati a dimenticare e dimenticarsi sia più che significativo: viene fissato un ricordo che si sa già in partenza non poter appartenere alla persona a cui è riferito. Fotografandolo, si salva un volto che appartiene ormai a una storia sconosciuta, ottenebrata da nuove leggi cognitive. Il volto si fa testimone di chi, ora, è incapace di testimoniare sé stesso. Guardando i ritratti siamo guardati da chi è proiettato fuori dal tempo in un altro tempo, dentro un “adesso” destinato a farsi sempre più ristretto. La lezione di vita che mi è rimasta è la fragilità che noi oggi viviamo. Di queste persone ho apprezzato la loro dolcezza, il loro desiderio di parlare e di essere ascoltate: ho apprezzato molto la loro essenza e nello stesso tempo ho apprezzato molto l’aria che respiro».
Mostra fotografica del 2025

