Cultura, salute, comunità Cultura come cura, partecipazione e condivisione
Il welfare culturale è un modello che promuove il benessere attraverso le arti e le pratiche creative, riconoscendo a linguaggi come musica, teatro, letteratura e arti visive un ruolo attivo nella salute, nell'inclusione e nella coesione sociale.
Basato sulla collaborazione tra ambiti culturali, sanitari, educativi e sociali, valorizza la partecipazione come strumento capace di migliorare la qualità della vita e rafforzare le relazioni all'interno delle comunità. Un patrimonio aperto Sviluppatosi a partire dalle esperienze di animazione sociale del secondo dopoguerra e consolidatosi grazie alle ricerche sull'impatto delle arti sulla salute, questo approccio considera la cultura anche come motore di cambiamento sociale. Attraverso narrazioni e linguaggi espressivi è infatti possibile promuovere consapevolezza, contrastare gli stereotipi e costruire una società più inclusiva.
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Welfare culturale / 01 Documentari, testimonianze e racconti audiovisivi che custodiscono esperienze e aprono nuove prospettive. “Rivoluzioni Silenziose” è un documentario ambientato in Brianza, dedicato alla memoria della Resistenza locale. Il racconto ripercorre le vicende dei partigiani brianzoli e le testimonianze di chi fu perseguitato o prese parte attivamente alla guerra di Liberazione, dando voce a storie individuali spesso rimaste ai margini della narrazione storica ufficiale. Attraverso testimonianze, ricostruzioni e materiali d’archivio, il documentario restituisce un quadro corale di coraggio, sacrificio e resistenza civile, mettendo in luce il ruolo che il territorio brianzolo ebbe in quel periodo storico. L’opera si propone non solo di documentare i fatti, ma anche di preservare la memoria collettiva di una comunità che seppe reagire alla violenza e alla persecuzione, offrendo uno sguardo intimo e umano su un capitolo cruciale della storia italiana del Novecento. Ispirata alle telenovelas degli anni Ottanta e ai temi della famiglia e delle dinamiche affettive, il docufilm dei residenti del Paese Ritrovato costituisce un rimando forte e universale, capace di unire pubblico e interpreti in un messaggio condiviso di continuità. La trama è tra le più classiche: un amore contrastato tra Carmencita e Juan Gomez negli anni Trenta del Novecento. Il lieto fine è scontato, ma a rendere unico Telenovela è però la straordinarietà dei dodici attori in scena: uomini e donne, tra i sessanta e i novant’anni affetti da Alzheimer o altre forme di demenza. Scegliere di fare teatro e poi girare un film con attori affetti da un forte deficit della memoria è stato come abbattere un nuovo tabù per restituire dignità all’individuo e alla sua forza espressiva. «Il momento della drammaterapia all’interno del teatro de Il Paese è vissuto con partecipazione, impegno e allegria» dice Paola Perfetti, drammaterapeuta, anima e regista teatrale del progetto. «Si tratta di uno spazio protetto e creativo, in cui le persone con demenza sono coinvolte attivamente in un’esperienza espressiva e relazionale che sostiene il benessere emotivo, rafforza il senso di identità e promuove la relazione con l’altro, nel qui e ora dell’azione scenica. Il teatro diventa così un luogo di possibilità, in cui la persona non è definita dalla patologia, ma riconosciuta nella sua presenza, nella sua capacità di esprimere emozioni e di entrare in rapporto. All’interno di questo percorso, un ruolo centrale è svolto dall’improvvisazione guidata in scena, metodo di lavoro teatrale in cui la battuta viene suggerita all’attore, che la ripete interpretandola. Questo approccio consente di spostare l’attenzione dalla memorizzazione del testo all’interpretazione, all’uso del corpo, della voce e dell’intenzione emotiva. Nel contesto dell’Alzheimer, tale modalità risulta particolarmente efficace poiché riduce il carico cognitivo e l’ansia da prestazione, elementi spesso fonte di frustrazione e ritiro. La persona è così messa nelle condizioni di agire in una dimensione prevalentemente interpretativa, valorizzando le capacità personali e favorendo un coinvolgimento attivo, sereno e partecipato. Spesso i residenti coinvolti in questo progetto vanno oltre le parole assegnate, contribuendo con personalità, spontaneità e fantasia alla costruzione degli scambi più brillanti in scena. Non sono mai semplici esecutori: il palcoscenico diventa uno strumento per celebrare l’individuo con le sue peculiarità, proiettandola in nuovi e diversi scenari verso un obiettivo creativo condiviso e riconosciuto. Il lavoro, videoripreso all’interno del primo Villaggio Alzheimer in Italia, restituisce dignità alla persona, che viene mostrata nella sua integrità e nelle sue competenze oltre la malattia. L’esperienza artistica diventa così non solo uno strumento espressivo, ma anche una testimonianza concreta del modello di cura adottato in questa unità di offerta: un modello che mette al centro la persona, la sua storia e la sua identità, riconoscendola come soggetto attivo, capace di relazione e partecipazione alla vita della comunità.” Docufilm del 2025 Realizzato da Libero Produzioni in collaborazione con Rai Documentari, Come un Battito di Ciglia è un docufilm che racconta come, nonostante la SLA, persone come Julius, Pippo, Laura e Luigi, che vivono prigioniere nel proprio corpo, siano dotate di un’eccezionale sensibilità e voglia di vivere e riescano a trasmettere i propri sentimenti. Queste persone dimostrano un grande desiderio di comunicare con il mondo e di offrire segni di speranza a tutta l’umanità. Nel docufilm, le testimonianze dei quattro protagonisti sono state raccolte attraverso delle domande personali che gli autori hanno inviato loro nella fase di scrittura. Le risposte a queste domande sono state poi lette da una persona scelta dagli stessi protagonisti (la moglie, il compagno, una figlia, la sorella) durante l’incontro con Drusilla Foer. Un incontro ambientato nei giardini di una villa storica all’interno dello splendido parco di Monza, dove ad un elegante tavolo, la celebre icona di stile ci accompagna in un intenso scambio di sentimenti, ricordi ed emozioni con i suoi ospiti: i familiari dei protagonisti. I quattro protagonisti delle storie Julius, Pippo, Laura e Luigi scrivono articoli con le loro riflessioni per il giornale di Meridiana ScriverEsistere e hanno scritto libri dove raccontano aspetti della propria vita e considerazioni personali. Per ciascuno di loro un attore o un’attrice hanno letto e interpretato i loro pensieri: Aldo Baglio per Pippo, Francesca Cavallin per Laura, Antonio Ornano per Julius e Gianluca Ratti per Luigi. Nel docufilm, tra le testimonianze di amici e familiari, ci sarà anche la partecipazione speciale di Mario Calabresi, giornalista e scrittore, che in questi anni ha avuto modo di conoscere questa realtà, stringendo un forte legame con Laura Tangorra, una dei protagonisti. Riccardo Ardusso, Rebecca Mazzola, Simone Pisconti, Filippo Polli sono i ballerini che hanno accompagnato le letture dei pensieri dei protagonisti. Le coreografie sono di Ornella Sberna. «Entrare al Paese Ritrovato, con l’occhio attento di chi deve creare, e trovare già tutto pronto per girare le riprese» scrive Marco Falorni, regista e autore di Libero Produzioni, «entrare con delle idee, per poi riempire un foglio bianco, scrivere e leggere nelle persone che vedi e incontri storie già pronte da raccontare. Entrare con la carica adrenalinica da set e ricevere un’ondata di energia inaspettata da gestire per la realizzazione del prodotto, (prodotto?) da girare. Nasce così il mio personalissimo impatto con Il Paese Ritrovato, da anni set e contenuto di molteplici racconti audiovisivi in diverse forme; servizio per un programma di salute di La7, docureality, documentario, docufilm, videoclip musicale e, speriamo, un film, “Scichetutte”, dove ci sarà tanto di mio per la sublimazione finale di quanto da me, li, assorbito. Al Paese Ritrovato ho sempre lavorato in sottrazione, ho sempre operato sull’esserci e non sull’essere regista. Artigiano e sarto confezionatore di quel che vedevo e vivevo. “Scichetutte” sarebbe il primo passo nell’essere regista, quasi una forma di rimborso emotivo e contenutistico al Paese Ritrovato, tra immagini e parole. Realtà e finzione, realtà o finzione, che differenza fa. Nessuna. Il sospendere il tempo, ci permette di aleggiare tra luoghi e pensieri. Vedere e vivere il presente per lasciare un segno a chi ti vuol vedere e vivere. Ricevere e cercare una modalità per ricambiare fuori da clichè e consuetudini acquisite per distrazione o egoismo lasciando che il tempo passi. Tornare al dare e avere con semplicità e senza retro pensieri adesso, in quel preciso istante che è sempre un preciso istante. L’attimo del tempo fuggente, che passa. Trovare un nuovo Centro per il singolo e per la comunità. La prima volta che entrammo con una telecamera al Paese Ritrovato, noi e gli operatori, non sapevamo come i residenti avrebbero reagito al nostro ingresso. “Ci state facendo le foto? Ciao come ti chiami?”. Le telecamere sono risultate da subito ospiti secondarie rispetto a coloro che le scortavano. I residenti del Paese, protagonisti dritti a cercare uno sguardo d’intesa con le persone. Fiumi di racconti inattesi. Perle di saggezza inaspettate. Sorrisi. Ma anche atteggiamenti di diffidenza e di sfida. Perché così è la vita. La vita senza filtri. La vita senza una regia decisa, che torna alle origini fanciullesche. Una regia determinata dall’alto dove molti sguardi volgono gli occhi, in attesa o a richiamo di qualcosa, qualcosa che al Paese Ritrovato c’è. Cos’è? Non è fondamentale capirlo: ma c’è.” Docufilm del 2024 Il cantautore milanese Enrico Ruggeri ha dedicato un nuovo brano dal titolo Dimentico alla malattia di Alzheimer. La canzone sostiene Il Paese Ritrovato di Monza, dove oltretutto è stato girato il video. La storia di questo progetto parte da un incontro avvenuto nell’estate del 2022: Enrico Ruggeri, presidente della Nazionale Cantanti, conosce La Meridiana in occasione dell’evento che verrà poi organizzato allo Stadio Brianteo di Monza e che coinvolgerà numerosi personaggi dello spettacolo. Una conoscenza che non si esaurisce con l’evento in sé: rimangono i contatti, il ricordo di alcuni momenti particolari vissuti con i residenti dei luoghi di cura della cooperativa. Succede poi che qualche mese dopo, a dicembre 2022, Ruggeri si imbatte di nuovo nel tema: guarda il film “The Father”, la storia di un uomo che vive l’esperienza della demenza in una realtà deformata dai suoi ricordi e dalla sua percezione del mondo. Come ha raccontato lui stesso durante le riprese: «Dopo aver visto il film mi sono messo alla chitarra: nel giro di un’ora testo e musica della canzone erano pronte». Dimentico è nata così e Ruggeri l’ha voluta donare a Meridiana, per mettere in evidenza un tema che coinvolge non solo le persone con demenza, ma tutto il nucleo familiare. Videoclip del 2023 La Memoria delle Emozioni, un docufilm per la regia di Marco Falorni, è un vero e proprio viaggio alla scoperta dell’Alzheimer. Ad accompagnare nel cammino c’è Francesca Fialdini, giornalista e conduttrice di programmi Rai. Nel documentario sono approfondite, grazie a filmati, interviste e storie inedite, le vicende di Annamaria, Sante, Angelina, Antonella e altri residenti del Paese Ritrovato, il borgo vicino alla Villa Reale di Monza che ospita sessantaquattro persone con Alzheimer. Queste ospiti condividono sullo schermo con grande umanità le loro esperienze, facendoci conoscere la loro vita e il loro presente, a volte più fragile e complicato, a volte più sereno e divertente, dimostrando, nonostante le difficoltà e i momenti di sconforto, un approccio positivo alla vita. Oltre al racconto in prima persona dei residenti, ci sono le testimonianze dei famigliari e di chi si prende cura dei residenti del Paese Ritrovato. Tra i protagonisti, oltre al professore Marco Trabucchi, all’attore Giulio Scarpati e a Diego Dalla Palma, c’è anche Enrico Ruggeri con la sua musica. Il docufilm permette di vedere il backstage, dove i residenti, da veri protagonisti, hanno messo a disposizione il loro volto e il loro talento davanti alla cinepresa. Docufilm del 2023 Leo Gullotta è la voce narrante del corto realizzato nel primo villaggio dedicato ai malati di Alzheimer, presentato alla 79° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Rosa vive nel suo mondo, circondata dalle sue abitudini e dai suoi affetti, precipitati nel vuoto della malattia: l’Alzheimer. Una malattia che ruba il presente, lasciando però il profumo della vita passata, ricca di esperienze e di eventi importanti. L’idea del cortometraggio è di Marco Fumagalli, coordinatore dei Servizi Educativi, in collaborazione con Marco Falorni della casa di produzione Libero Produzioni. Accanto a Leo Gullotta c’è l’attrice Silvia Cecchetti a dare voce alla protagonista e a lanciare un messaggio importante: vivere accanto all’Alzheimer vuol dire non smettere di cercare la persona nascosta nella dimenticanza, in una assenza che va riempita di attenzioni e stimoli capaci di rallentare il tempo di evoluzione della malattia. Rosa e le altre persone affette da Alzheimer possono essere dunque ritrovate «seguendo il profumo della loro esistenza». Cortometraggio del 2022 Welfare culturale / 02 Quaderni, ricerche e materiali da leggere, condividere e portare nei percorsi di cura. Marco Fumagalli È diplomato ISEF, brain trainer, animatore sociale, docente di Metodologia del lavoro sociale, esperto in Gentlecare®. Consulente geriatrico per le demenze, si occupa dal 1994 di progetti ed interventi legati alla metodologia protesica e all’anzianità fragile. Attualmente lavora con la Coop. La meridiana di Monza presso l’Oasi di San Gerardo e in progetti di consulenza per RSA e Nuclei AD con Fabrizio Arrigoni. Laura Lionetti È laureata in Lettere e Filosofia e in Scienza del servizio sociale, formatore e consulente, referente Formazione e docente Gentlecare®, dal 1994 opera in campo socio-assistenziale con incarichi di coordinatore di servizi per anziani e progettista sociale. Attualmente opera con la Coop. Soc. Itaca e il gruppo Ottima Senior. Pensando a come dare un ulteriore contributo al dibattito per mantenere alta la riflessione sul futuro di questi luoghi, è stata realizzata l’idea ambiziosa di riunire personaggi autorevoli del panorama italiano della cura e della progettazione non solo in un virtuale tavolo di scrittura, ma fisicamente insieme, in un meeting dove confrontarsi prima di scrivere, in una sorta di tavola rotonda allargata, con questo obiettivo: discutere linguaggi e visioni COMUNI, armonizzandoli con i propri e, infine, uscire dalle specifiche zone di comfort professionale. Il libro intende offrire un contributo quanto più possibile concreto sulla gestione di una fase transitoria delle RSA, sia verso progressivi adattamenti e trasformazioni delle residenze esistenti per renderle più vivibili per chi deve trascorrervi gli ultimi anni della propria vita e per chi opera al loro interno, sia nella direzione di un consistente adeguamento del patrimonio edilizio pubblico e privato alle esigenze di sicurezza, comfort e funzionalità della popolazione anziana, affinché diventi possibile trascorrere la propria vecchiaia in un ambiente che sia quanto più simile a una casa. Il volume, che si rivolge in particolare a tecnici, operatori, gestori, impegnati nella realizzazione degli spazi di vita e nelle azioni quotidiane di cura, è il frutto di questo progetto di scrittura che vuole lasciare un segno importante sia per i contenuti sia per la modalità che ha portato alla sua realizzazione: la speranza è quella di avere aperto una strada, quella del confronto schietto e della contaminazione di saperi, da non abbandonare più. Welfare culturale / 03 Percorsi espositivi che trasformano memoria, immagini e comunità in occasioni di incontro. Nel 2025 Ri-scatti ODV ha affrontato anche il tema dell’Alzheimer e delle demenze, una fragilità che coinvolge un numero crescente di persone e famiglie. In collaborazione con La Meridiana SCS, è nato un laboratorio fotografico all’interno de Il Paese Ritrovato di Monza, il primo villaggio Alzheimer in Italia: un luogo di cura pensato come una piccola comunità, dove le persone possono continuare a vivere relazioni, abitudini e momenti di quotidianità. Per tre mesi, attraverso incontri settimanali, residenti, educatori, volontari e familiari hanno partecipato a un percorso di narrazione fotografica condivisa, guidato dai volontari fotografi di Ri-scatti. La fotografia è diventata uno strumento di relazione prima ancora che di documentazione: un modo per osservare il presente, raccontarsi e creare uno spazio di incontro tra persone e sguardi differenti. Nel corso del laboratorio sono state realizzate oltre 7.000 fotografie. Da questo ampio patrimonio di immagini è stata selezionata una raccolta di oltre 50 fotografie, presentata nella mostra “Io sono qui”, che ha restituito al pubblico il percorso e gli sguardi nati durante l’esperienza. Per chi vive con l’Alzheimer, il tempo può concentrarsi sul presente. Il passato può diventare incerto e il futuro più difficile da immaginare. Rimane l’istante che accade. In questo contesto, la fotografia ha assunto un significato particolare: è diventata un gesto semplice ma potente, capace di affermare la presenza. Ogni immagine ha rappresentato una traccia, una testimonianza di un momento vissuto e di una relazione che si è costruita. Le fotografie hanno raccontato frammenti di vita quotidiana, relazioni fragili e profonde, piccoli gesti e momenti di condivisione. Non hanno cercato di spiegare la malattia, ma di restituire uno spazio umano fatto di presenze, sguardi e legami. Come negli altri progetti di Ri-scatti, anche in questa esperienza la fotografia non è stata soltanto un linguaggio artistico, ma uno strumento di partecipazione e riconoscimento, capace di offrire uno spazio di espressione e di relazione a persone che spesso rischiano di rimanere ai margini dello sguardo pubblico. Il laboratorio e la mostra “Io sono qui” hanno così rappresentato un’esperienza di welfare culturale in cui arte, cura e partecipazione si sono incontrate, dando valore alla possibilità di raccontarsi e di essere riconosciuti attraverso uno sguardo condiviso. Ogni anno il 21 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale dell’Alzheimer, istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s disease international (ADI): nel corso di tutto il mese vengono proposte iniziative per far conoscere e diffondere maggiori informazioni sulla malattia. Fin dalla sua apertura, Fondazione Luigi Rovati ha posto al centro delle sue attività e iniziative i valori dell’inclusione sociale. È in questo quadro che si colloca Museo Gentile, sintesi di una serie di progetti appositamente studiati per accogliere persone con fragilità e necessità particolari, in autonomia o insieme ai famigliari, amici e caregiver, attraverso percorsi diversificati di fruizione del Museo e delle sue opere d’arte. All’interno di questo sistema più ampio, in occasione del mese dell’Alzheimer, Fondazione Luigi Rovati, in collaborazione con La Meridiana ha inaugurato la mostra di Maurizio Galimberti Fotografia imperfetta dentro il fragile vivere, presentando il progetto Stare bene insieme, percorso di visita alle collezioni museali rivolto alle persone con patologie neurodegenerative. Per la mostra Maurizio Galimberti ha lavorato con due differenti tecniche. Per la prima, parte da scatti realizzati con una Leica Q3, una macchina mirrorless, e successivamente utilizza una Polaroid Giant Camera 50×60: questa modalità ha permesso di trasferire la Polaroid su carta da disegno a umido, appositamente preparata per trattenere la matrice fotografica. Per la seconda tecnica, utilizza la fotocamera Polaroid I-2: quattro ritratti sono stati realizzati anche con una lente addizionale appoggiata sulla fotografia stampata dal ritratto originale. «Questo titolo particolare nasce dal mio desiderio di sottolineare la fragilità delle persone attraverso lo strumento della macchina fotografica» afferma Maurizio Galimberti. «Il fotografo che si pone davanti a loro è un po’ come se fosse in apnea perché quando hai davanti a te persone fragili è sempre complicato; soprattutto occorre rifuggere dalla tentazione di mettere il mostro in prima pagina sforzandosi, invece, di dar luce alla forza dell’uomo. Io quindi ho cercato con un tempo oserei dire religioso, veloce, con lo spirito della zanzara pungente di Henri Cartier-Bresson di incontrare queste donne e uomini nella loro essenza. Viene spontaneo ragionare sul fatto che l’uso della fotografia per ritrarre soggetti destinati a dimenticare e dimenticarsi sia più che significativo: viene fissato un ricordo che si sa già in partenza non poter appartenere alla persona a cui è riferito. Fotografandolo, si salva un volto che appartiene ormai a una storia sconosciuta, ottenebrata da nuove leggi cognitive. Il volto si fa testimone di chi, ora, è incapace di testimoniare sé stesso. Guardando i ritratti siamo guardati da chi è proiettato fuori dal tempo in un altro tempo, dentro un “adesso” destinato a farsi sempre più ristretto. La lezione di vita che mi è rimasta è la fragilità che noi oggi viviamo. Di queste persone ho apprezzato la loro dolcezza, il loro desiderio di parlare e di essere ascoltate: ho apprezzato molto la loro essenza e nello stesso tempo ho apprezzato molto l’aria che respiro». Mostra fotografica del 2025 Welfare culturale / 04 Appuntamenti, conversazioni e iniziative per vivere la cultura insieme. Il 17 settembre 2026, presso il giardino della RSA San Pietro di Monza, si è svolto un nuovo appuntamento di Meridiana Meet, dedicato a un tema fondamentale nel lavoro di cura: la solitudine e il bisogno di sostegno di chi si prende cura degli altri, in particolare nella fase critica del disturbo neuro-cognitivo. L’incontro ha offerto uno spazio di riflessione e confronto sulle difficoltà vissute dai caregiver formali e informali, esplorando il valore della condivisione, dell’ascolto e della relazione come strumenti per affrontare le situazioni più complesse. Sono intervenuti Padre Piero Ottolini, sacerdote; Sarah Giannetto, infermiera dell’Hospice San Pietro; Andrea Magnoni, neurologo e Responsabile Medico RSD e Hospice San Pietro; Melania De Paolis, musicoterapeuta. Attraverso riflessioni, consigli pratici e brevi momenti teatrali sono state approfondite le strategie di comunicazione e le modalità per costruire una relazione più efficace tra chi cura e chi è curato. La musica e il canto hanno completato l’incontro, come strumenti di coesione e di alleanza nella relazione di cura. Un momento di dialogo per ricordare che prendersi cura significa anche riconoscere e sostenere chi ogni giorno si prende cura degli altri. Il 9 aprile 2026, presso il Cineteatro Odeon de Il Paese Ritrovato, si è svolto un nuovo appuntamento di Meridiana Meet, il ciclo di incontri dedicato al confronto su temi legati alla cura, all’innovazione e alla qualità della vita delle persone. Protagonista dell’incontro è stato John Zeisel, autore di I’m Still Here e fondatore della I’m Still Here Foundation, che ha proposto una riflessione sul rapporto tra neuroscienze, ambiente e cura delle persone con demenza. Al centro dell’appuntamento, dal titolo “Dementia Villages and Neuroscience: ripensare lo spazio, la realtà e la mente”, il tema degli ambienti di vita e del loro ruolo nel sostenere il benessere, l’autonomia e la qualità delle relazioni delle persone che convivono con una forma di demenza. L’esperienza dei dementia villages ha offerto lo spunto per interrogarsi su un modo diverso di progettare i luoghi della cura: non semplicemente spazi assistenziali, ma contesti capaci di rispettare la persona, favorire la socialità e mantenere il più possibile continuità con la vita quotidiana. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di approfondimento e confronto, portando al centro una domanda ancora attuale: come possiamo progettare gli spazi e le comunità affinché siano realmente al servizio delle persone e dei loro bisogni? Un appuntamento nel solco dell’impegno della Cooperativa La Meridiana nel promuovere una cultura della cura capace di guardare alla persona nella sua complessità e di costruire, attraverso il dialogo e la ricerca, nuovi modelli di comunità. In occasione del 50 anni di attività, il 16 aprile 2026 La Meridiana ha organizzato il Convegno “Nei Passaggi della Vita: come i luoghi di cura si adattano ai mondi delle persone”, una giornata di confronto e approfondimento dedicata al modo in cui i luoghi di cura possono evolvere per rispondere in maniera sempre più attenta ai bisogni, alle storie e alla dimensione personale delle persone che li abitano. La giornata, ospitata presso la RSA San Pietro di Monza, ha riunito professionisti e realtà impegnate nei diversi ambiti della cura, dell’assistenza, della ricerca e dell’innovazione sociale. I partecipanti hanno avuto l’opportunità di prendere parte a tre percorsi di approfondimento dedicati ad altrettanti temi: “Abitare in RSA”, “Ridisegnare i confini della cura: i Villaggi Alzheimer in Europa” e “La voce che rompe il silenzio”. I tre workshop hanno permesso di affrontare il tema della cura da prospettive differenti e complementari: dal senso di casa e dalla personalizzazione degli spazi e della quotidianità nelle residenze socio-sanitarie, alle esperienze europee dei Villaggi Alzheimer e alle nuove forme di accoglienza e accompagnamento delle persone con demenza; dalla narrazione delle esperienze di vita alla necessità di dare spazio e ascolto alla voce delle persone, anche nei contesti di maggiore fragilità. Tra gli interventi e i contributi della giornata anche testimonianze, video, proiezioni e dialoghi con professionisti provenienti da diversi ambiti. Il programma ha coinvolto, tra gli altri, medici geriatri e neurologi, coordinatori e responsabili di servizi, psicologi, ricercatori e professionisti impegnati nell’innovazione sociale e nella cura. A conclusione della giornata, l’intervento in plenaria “Nei passaggi della vita”, con il dialogo tra Maria Cristina Sandrini ed Elisabetta Donati, ha offerto un momento di sintesi e riflessione sui temi emersi durante il Convegno. Un appuntamento che ha messo al centro una domanda fondamentale: come possono i luoghi di cura trasformarsi per diventare sempre più luoghi capaci di accogliere le persone, le loro storie, i loro bisogni e i loro mondi?Il welfare culturale
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Queste pagine nascono per riflettere, condividere e raccontare quanto sia prezioso e importante raccogliere le storie di vita delle persone affette da demenza.
Abbiamo bisogno di ricomporre le storie per ricomporre il senso del fare e il senso della cura, per andare vicini alle persone e sentirne le emozioni, a costo di commuoversi e avere paura, ma anche di ridere e intenerirsi, a costo di vivere. L’approccio centrato sulla persona e i modelli di intervento per la demenza ribadiscono e dimostrano l’importanza di essere Persona e il valore della conoscenza della biografia come elemento necessario per una vita dignitosa. Siamo perché ricordiamo, ma se ad un certo punto non si ricorda più, allora dobbiamo raccogliere le storie, in modo che le persone continuino ad essere intere perché presenti negli occhi di chi le guarda. Questo libro accompagna il Quaderno La Storia della mia vita, un album dei ricordi che viene completato dalle persone con demenza e dai familiari e persone di riferimento, e può essere utilizzato quotidianamente per conoscere meglio la persona, per aggiungere qualche informazione, per proporre alla persona affetta da demenza di guardarlo, da solo o in compagnia, per individuare attività e strategie adatte alla persona. Per realizzare servizi realmente centrati sulle persone è necessario conoscere le storie e condividere come équipe di cura un sincero interes- se per la vita di ciascuno, per i giorni passati e per ogni giorno presente, per gli aspetti vitali della quotidianità. È necessario raccogliere le storie di vita con le persone con demenza e con i familiari, costruire relazioni di fiducia attraverso la narrazione condivisa, integrare la biografia nella valutazione psicologica, realizza- re laboratori e attività individuali, nei servizi e a domicilio, interpretare ciò che viene spesso definito come “disturbo del comportamento” del- la persona con demenza ma è in realtà una modalità di comunicazione connessa all’ambiente.
Il volume che proponiamo può essere utile a studenti, familiari, ricercatori, professionisti della salute e a quanti ritengono che l’aver cura dei malati significhi soprattutto difenderne la dignità e la stima, riconoscerne l’umanità, oltre le maschere, talvolta incognite e normalizzanti, della patologia e della non autosufficienza.
La gentilezza è il segno esteriore di una moralità profonda, di un desiderio sincero, che si esprime con atti visibili, di essere utili per alleviare la sofferenza dell’altro.
Il desiderio di curare toglie di mezzo qualsiasi pretesa di risarcimento, concreto o psicologico.
Inoltre, la gentilezza non è mai noiosa, ripetitiva, pesante, intrusiva, ma sempre lieve, pur senza perdere di concretezza e quindi di serietà e credibilità.
Ma come costruire una RSA (ma anche un centro diurno, un servizio sociosanitario, un segretariato sociale) gentile?
Può essere molto complesso, ma ci rendiamo presto conto che non vi sono altre vie se si vuole evitare l’aggressività senza dolcezza, che si autoriproduce e crea angoscia su angoscia.
La silenziosa, gentile opera quotidiana di donne e uomini – che assistono i loro simili, meno fortunati – e la loro esemplare naturalezza rappresentano una vera rivoluzione culturale: la scelta della ragione dell’essere su quella dell’apparire.
E quindi, come dice Marco Trabucchi nella sua prefazione, “onore a medici, infermieri, OSS, ASA, psicologi, fisioterapisti, educatori, terapisti occupazionali…a tutti coloro che si sentono rappresentati in questo volume sulla gentilezza”.
Non esiste in tutto lo scenario delle organizzazioni (e non solo quelle di cura) un luogo così tanto osservato, indagato, criticato, come le RSA, attraverso continui stop and go, esperienze virtuose e cadute improvvise, progetti che guardano al futuro e situazioni ancorate a vecchi cliché di assistenza.
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