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IL MIO DIFFICILE E AVVENTUROSO RAPPORTO CON L’ACQUA

2 Dic 2019

Grazie al mio angelo custode ho imparato a stare a galla

di Luigi Picheca  

 

L’acqua è il nostro elemento naturale, si sa, ma io ho cominciato presto ad avere un rapporto conflittuale con questa sostanza fondamentale che è alla base della nostra esistenza.

La prima volta che ho avuto occasione di sperimentare la consistenza dell’acqua ero ancora piccolo, circa tre anni, e sono caduto nel mastello, posto in cortile, vicino al classico lavatoio che faceva parte della architettura delle corti di una volta, dove mia madre aveva messo in ammollo le tute blu da meccanico di papà.
L’acqua era ovviamente sporca e mia sorella, che mi aveva perso di vista un momento, allarmata dalla mia improvvisa sparizione e conoscendo la mia abilità nel cacciarmi nei guai, ha cominciato a cercarmi freneticamente e aveva anche dato una occhiata lì dentro, fino a quando ha intravisto un lembo dei miei pantaloncini scozzesi che affioravano appena tra lo sporco. Mi ha tirato fuori giusto in tempo, ero già cianotico. 

Naturalmente so tutto questo dai racconti che si fanno di tanto in tanto in casa tra familiari e tra parenti quando si ricordano gli episodi della nostra infanzia e si rispolverano le vecchie fotografie, ma ovviamente mia sorella, pensando di non essere stata vista dai soliti occhi indagatori delle comari, non aveva detto niente a nessuno perché le avrebbe prese di santa ragione.

Quando in estate l’afa di Milano si faceva sentire, mio fratello mi portava con sé a fare il bagno in uno dei tanti canali che circondavano la nostra zona. Si andava spesso a Sesto San Giovanni vicino alla Campari, lungo viale Casiraghi, perché lì c’erano i suoi amici. Loro erano più grandi di me ed erano sempre in vena di scherzi, e io ero il bersaglio preferito. Mi sono ritrovato numerose volte a guardare l’acqua verdastra del canale da sotto trattenendo il fiato perché qualcuno mi ha aveva spinto sott’acqua a tradimento ma quasi subito sentivo le mani di mio fratello afferrarmi per le braccia e tirarmi fuori da quella situazione e poi lo sentivo redarguire con veemenza i suoi amici un po’ troppo esuberanti.

Anni dopo, ne avevo circa 10, ero con gli amici al lago di Iseo e mi propongono di fare una traversata col canotto di uno di loro. Io non sapevo nuotare, o almeno non senza salvagente, ma non lo sapeva nessuno e io mi vergognavo a dirlo perché le loro sorelle, che mi piacevano, erano lì che ascoltavano e mi sarebbe spiaciuto perdere punti, un milanese che non è capace di nuotare era un grave smacco lì, lontano dalla città.

Siamo andati verso Montisola partendo dalla spiaggetta più frequentata di Sale Marasino, sulla sponda bresciana del Lago e, arrivati più o meno a metà strada, dove l’acqua è più profonda e fredda, ai miei amici viene in mente di tuffarsi tutti insieme e io, preso alla sprovvista, mi ritrovo ribaltato in acqua e mi sento trascinare giù dalla corrente. L’acqua è sempre più fredda e scura e io ho il tempo di pensare: “eccomi di nuovo sott’acqua come al canale, questa volta non me la cavo”.

Improvvisamente ho una reazione, forse è lo spirito di sopravvivenza ispirato dal mio angelo custode, comincio a nuotare verso la superficie e vedo avvicinarsi la luce. Tornato a galla, comincio a respirare e cerco il canotto. È abbastanza distante e mi tocca nuotare per raggiungere quell’appiglio che però si allontana sospinto dalla corrente.

Ormai so di essere capace di stare a galla ma mi tremano le gambe per lo spavento, vado avanti piano piano e raggiungo il canotto, mi riposo un po’ e penso a tutto quello che è appena successo. Sono spaventato e stanco ma anche fiero di essere stato in grado di mantenere la calma e di uscire da quella situazione. Ringrazio il mio angelo e gli dico che è un angelo custode davvero in gamba e gli prometto di pregare più spesso. Non ho mantenuto quella promessa fino in fondo ma lui non ha mai smesso di proteggermi.

Ancora un salto di una decina d’anni e mi trovo a Viareggio, il mare è lì che mi aspetta ma non sono pratico di segnali e non so che c’è la bandiera rossa che avverte un pericolo. Entro in acqua e faccio qualche bracciata tranquilla, mio cognato e mia sorella stanno sulla riva a chiacchierare e non sento i loro richiami perché il vento soffia alle mie spalle. Quando mi giro verso riva mi accorgo di essere più lontano del previsto e mia sorella che si sbraccia animatamente.
La corrente, ancora quella corrente di merda che mi spinge al largo.

Non so quanto ci ho messo ad uscire, facevo un metro verso riva e due verso il largo, la risacca era potente e contrastava il mio sforzo. A pochi passi dalla riva provo a tastare il fondo e sento che tocco, due secondi e mi arriva una ondata tremenda alle spalle che mi scava una buca sotto i piedi e solleva un turbinio di sabbia che prima mi smeriglia le gambe e poi le parti intime, strappandomi quasi via il costume. Ci risiamo, penso, l’acqua non mi è proprio amica. Esco stremato dal mare e i miei compagni di ferie mi sorreggono dicendomi che c’è la bandiera rossa e che era pericoloso entrare.

La prossima volta che vado in vacanza torno in montagna e l’acqua del mare o del lago possono andare a farsi benedire!

Mi sono ricordato del mio angelo custode, ero in debito con lui e la sera gli ho dedicato delle preghiere per farmi perdonare e mi sono messo a riflettere sull’amore che mi donava.
Ho capito che l’amore non è un bilancio contabile che si deve tenere in pareggio periodicamente, ma è un sublime sentimento che tende a proteggere e a guidare le persone a noi care e a quelle cui teniamo.

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